Una patatina nello zucchero
Regia: Vittorio Vaccaro
Con Vittorio Vaccaro e Grazia Mari
Monologo tragicomico dalle sfumature delicate, momenti esilaranti si alternano agli attimi di tenerezza pura ispirati da Graham, giovane scapolo disadattato, che vive ancora con la madre ottantenne in procinto di sposare una vecchia fiamma di gioventù. Un uomo che non ha mai avuto una donna, se non sua madre, e il sesso lo fa solo sulle riviste, con qualche maschio da copertina. Graham racconta la sua storia con ironia e sensibilità, mostrandosi più acuto di quanto lo si voglia credere. Un testo che riesce a parlare della solitudine con la straordinaria comicità inglese dell’autore Alan Bennet, che dipinge i personaggi di questo racconto con colori pastello, sottolineando la quotidianità dei dialoghi amari ma brillanti, raffinati ma nel contempo semplici.
Una madre ancora piena di vita malgrado la sua veneranda età, che riscopre il sapore dell’amore grazie al ritrovamento di una vecchia fiamma, il signor Turbull, che le promette una nuova gioventù. Insieme progettano serate, divertimenti e viaggi…E più cresce in lei questa voglia di vivere, più cresce in Graham la solitudine che ormai sembra essere compagnia di vita.
Una storia che il protagonista racconta dalle proprie mura di casa, precisamente dalla sua stanza, diario segreto di una intimità contorta, scoprendosi infine omosessuale. Una realtà questa che la mamma ha sempre conosciuto e che a volte utilizza per assopire ribellioni nascenti.
La vecchia signora nel finale scoprirà, grazie a Graham, che Turbull ha già una moglie che lo aspetta a casa e che lei è soltanto l’amante di un uomo che si diverte a prendere in giro donne sole.
…Così, con il cuore spezzato ritorna dal suo più fedele compagno, Graham.
NOTE DI REGIA
“Una patatina nello zucchero” credo rispecchi benissimo la società dei giorni nostri dove la solitudine permea la vita di ogni essere umano.
Quanti Graham ospita la società moderna? Molti. Uomini che chiedono aiuto e a cui nessuno presta ascolto perché troppo impegnati a scalare la vetta di un’autorealizzazione esasperata che il nostro arrivismo ci impone. E così ogni individuo rimane tale, non coltiva più le amicizie, non capisce e non viene capito, non parla e non ascolta, non aiuta e non viene aiutato. Nella società moderna la parole scritte quattrocento anni fa da John Donne “Nessun uomo è un’isola. Nessuno uomo sta solo. Ogni uomo è una gioia per me; Il dolore di ogni uomo è il mio dolore. Abbiamo bisogno l'uno dell'altro” ha perso evidenza, si sono svilite in un individualismo esasperato.
È un racconto questo, che con la giusta ironia restituisce l’amaro di una società che non vuole più soffrire per gli altri. La mamma di Graham ne è l’esempio: lui ha un disperato bisogno di qualcuno che lo ascolti per quello che è e non per quello che lo si vuole far apparire, ma lei vuole solo essere compresa e non ha orecchi per suo figlio.
Oggi la cronaca nera registra numerosi casi di figli che uccidono i propri genitori…
…Perché?
Le risposte nessuno le vuole dare, perché poi le soluzioni richiederebbero troppa fatica.
Ho scelto di decontestualizzare il racconto e trasferire il protagonista in prigione. Vediamo un uomo dietro le sbarre…, perché accusato di omicidio? ha ucciso la madre? Una guardia lo sorveglia ventiquattro ore su ventiquattro dialogando con lui solo attraverso il suono di uno strumento musicale. Il prigioniero racconta il proprio dramma, non solo attraverso la parola ma anche attraverso il linguaggio del suo corpo, sofferente e impacciato, che esterna attraverso una partitura gestuale un malessere continuo e sempre presente di un uomo non troppo “normale”…
Vittorio Vaccaro






