La Divina Commedia "I Traditori"
Regia: Vittorio Vaccaro
Con Vittorio Vaccaro, Ettore Distasio e Cinzia Brugnola
Questa è una delle più grandi opere letterarie al mondo, dove l’umano sapere scientifico, giuridico, filosofico, teologico, politico, morale e poetico della cultura cristiana, insieme al patrimonio ricchissimo della cultura classica, vengono racchiusi in uno scrigno di versi preziosissimi.
Un tesoro inestimabile.
Lo spettacolo “La divina commedia, I Traditori” è un viaggio attraverso alcuni personaggi che Dante nomina e posiziona come traditori della patria, della famiglia, degli ospiti e dei benefattori.
Il viaggio intrapreso nelle profondità dell’umano agire, scandagliando il baratro provocato dal Tradimento, muove i suoi primi passi con le figure di Paolo e Francesca, mostrando un aspetto del tradire con cui l’uomo sovente deve fare i conti: l’adulterio. Dante, in realtà, posiziona i due amanti non nel cerchio dei Traditori, bensì in quello dei Lussuriosi, ossia coloro che hanno ricercato le soddisfazioni dei sensi contro ogni regola, abbandonandosi smodatamente alle passioni, quasi a giustificare il loro comportamento per il grande amore che li legò. In questo racconto saranno però considerati traditori e non lussuriosi, poiché Francesca ha effettivamente tradito il marito Gianciotto. (Canto V, inferno. In vita furono amanti e adulteri, Francesca era infatti sposata a Gianciotto, fratello di Paolo. Questo amore condusse alla morte i due giovani amanti per mano del marito di Francesca. Nei versi immortali di Dante, Francesca spiega al poeta come tutto accadde: leggendo il libro che narrava dell'amore tra Lancillotto e Ginevra, i due trovarono calore e passione, l'uno nelle braccia dell'altra).
Il viaggio prosegue con la figura di Bocca degli Abati, che a causa del suo sleale comportamento viene presentato da Dante come traditore della patria (Canto XXXII, inferno. Questi, seppure al fianco dei guelfi fiorentini a causa di complicati interessi e alleanze, era in realtà di parte ghibellina. Alla vista del contrattacco senese, Bocca si avvicinò al portastendardo fiorentino Jacopo de' Pazzi e gli tranciò di netto la mano che reggeva l'insegna. Questo causò un notevole sconcerto tra le fila guelfe).
Il cammino procede con il famigerato personaggio del Conte Ugolino, anch’esso traditore della patria. (Canto XXXIII, inferno. Sebbene di famiglia tradizionalmente ghibellina, nel 1275, si accordò col genero Giovanni Visconti per portare al potere a Pisa il partito Guelfo. Scoperta la congiura fu bandito, ma tornò a Pisa l’anno seguente riacquistando autorità e prestigio. Dopo la sconfitta dei Pisani nella battaglia della Meloria nel 1284, assunse la signoria del comune col titolo di Podestà. Nel 1288, la parte ghibellina insorse sotto la guida dell’Arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini e delle famiglie Gualandi, Sismondi e Lanfranchi. Ugolino, accusato di tradimento perché considerato responsabile della sconfitta della Meloria, venne rinchiuso - senza processo - insieme a due figli e due nipoti nella Torre della Muda o della Muta, così denominata perché in quel luogo i colombi viaggiatori vi mutavano il piumaggio).
Il metaforico viaggio si conclude con il traditore per antonomasia, l’arcangelo decaduto, Lucifero (Canto XXXIV, inferno. Ribelle di Dio, signore del Male, con tre mostruosi volti e le fauci in perpetuo stritolamento dei sommi peccatori, imprigionato dalla sua stessa cattiveria rappresentata dal ghiaccio prodotto dallo sbattere delle sue enormi ali che ghiacciano qualsiasi cosa lo circondi).
-Durata 60/70 minuti
NOTE DI REGIA
In scena due attori che attraverso il linguaggio del corpo e la forza emotiva della parola, narrano le sofferenze di peccatori che si trovano nella parte più oscura e dolorosa dell’inferno, dove sono presenti i peggiori rappresentanti della razza umana, i traditori. Lo strazio, il dolore, il freddo, la solitudine fanno da cornice alle parole strazianti dei personaggi che si raccontano allo spettatore come fosse il loro confessore quasi ad aspettarsi il perdono, piangendo di se stessi, testimoniando la storia e palesando la cattiveria umana.
Paolo e Francesca, Bocca degli Abati, il Conte Ugolino e infine Lucifero trascinano i loro corpi macchiati di peccato con pesantezza: sono le loro stesse carni ad essere testimonianza di peccato. E’ la loro prima condanna.
La volontà è anche quella di sottolineare l’assenza di tempo e la presenza del vuoto, inteso come mancanza totale di umanità. Pause lunghe e frammentate scandiscono l’impotenza del peccatore che si confronta con la vita; questi corpi, che non hanno paura ma piuttosto fanno paura a colui che è lì per testimoniare il male, giacciono abbandonati. Ogni spettatore diviene dunque testimone vivente dell’immutabilità del male e del peccato che pervadono il nostro agire in ogni tempo e in ogni luogo.
Vuole essere un viaggio per tutti, anche per coloro che della Divina Commedia sanno poco, magari istillando in loro la voglia di prendere un’opera così unica e leggerla.
Vittorio Vaccaro






